“La storia della borsa Wayuu” – II PARTE


Contatto l’ associazione FHS per parlare delle borse Wayuu. Parte la prima email. Nada. La seconda. Nada.

“Allora mi concentro molto mentalmente ed all’invio della terza email dall’altra parte dell’etere qualcuno risponde”.

La mia idea era quella di farle conoscere in Italia, a un prezzo economico che non consista in una perdita per la sottoscritta e che porti guadagno giusto alle Wayuu. Io ed una mia amica, anche lei interessata, abbiamo appuntamento con una delle responsabili della Fondazione (Sabrina Prioli ha lasciato l’associazione alcuni anni fa ed ora sono due sorelle Colombiane ad occuparsene).

Abbiamo indirizzo ed orario. A Bogotà’ se ti sbagli a dare l’indirizzo e’ come non averlo. E’ come dire ad un Napoletano di mettere la maionese sulla pizza. Situazione che NON ESISTE. Alla fine, come si dice in questi casi, per una botta di fortuna enorme ci incontriamo.

Per noi e’ stata una giornata impegnativa in cui siamo state ad ascoltare gli altri parlare per ore. I Colombiani a me piacciono un bel po’ ma più’ di una volta li ho sentiti parlare a lot (anche gli Italiani non scherzano). La ragazza superfashion che ci troviamo di fronte va anche lei nella direzione citata sopra. Comincia come un fiume in piena a elencarci tutti i progetti in cui la Fondazione e’ coinvolta, spiegandoci che tutto ció’ e’ possibile attraverso il guadagno delle borse. Nella regione della Guajira stanno sfornando progetti di irrigazione, progetti di educazione, costruzione di scuole. Tanta roba !!!

Ce li spiega nei minimi dettagli. Ascoltiamo (dato che non ci e’ dato fare altro) e impariamo. La ragazza pensa che il nostro aver contattato l’ associazione sia perché vogliamo partecipare ai progetti in essere alla Gujira in qualità’ di volontarie. Poi riesco ad aprire bocca. Le spiego che noi, invece, saremmo interessate alla compravendita di alcune borse. Ci racconta che le borse Wayuu in questo momento sono super apprezzate a NYC e che un negozio a Berlino sembra avere l’esclusiva in Europa. La ragazza ci spiega, con una gioia immensa, di essere entrate a far parte dell’ Ethical Fashion Forum. L’operato della FHS sta cambiando il destino della comunità’ Indigena Wayuu. Anche noi siamo contente quanto lei, ma comincia a fare capolino la stanchezza mentale e fisica.

Intavoliamo il discorso per parlare dei prezzi relativi a un possibile acquisto. La ragazza ci chiede se abbiamo un negozio. La nostra risposta ovviamente e’ no. La nostra idea e’ quella di venderle in mercatini sostenibili, a conoscenti…insomma una sorta di prova. Ci viene detto il prezzo Colombiano. Io e la compare ci guardiamo. Un piccolo calcolo veloce per fare il cambio in Euro e i nostri occhi si spalancano, troppo. Ci sta chiedendo circa 100 Euro a borsa. Impossibile. So’ già’ che in Italia, paese di tradizionalista in materia di moda le borse Wayuu non sarebbero capite facilmente (fatta eccezione di comprarle in un negozio fashion, perché fashion e’ pur sempre fashion). Io non posso permettermi di pagare 100 E per una borsa e quindi l’idea sembra svanita.

Il nostro intento era quello di arrivare alla gente comune e a chi ancora non le conosce.

Nulla. Ci viene spiegato ancora una volta che il prezzo e’ cosi’ alto perché serve a finanziare progetti basici spiegati sopra, perché fatte a mano e perché fatte con prodotti naturali. Poi nei giorni successivi arrivano le riflessioni che cominciano a fare click. Mi rimetto in internet e vedo che le borse Wayuu sono vendute in negozi superchic anche a Milano, per esempio ma nessuno, almeno io non l’ho trovato, parla della loro storia. Ora, e’ giustissimo che le borse abbiamo un prezzo cosi’ alto perché finanziano tanti progetti necessari per la comunità Wayuu, ma in questo modo saranno ancora e sempre in pochi  a conoscerle, ovvero chi visiterà la Colombia scoprendo così la loro storia.

Forse due soluzioni alternative sarebbero: 1) creare anche una linea per il ceto medio mondiale, ammesso che esista ancora; 2) che tutti i negozi fashion che le vendono, siano obbligati a raccontare la loro storia. Anzi, ancora una volta direi, che il passaggio obbligato è sempre lo stesso: essere informati su quello che compriamo, sapere da dove viene, sapere il suo percorso, e se non ci viene detto, andarcelo a cercare noi.

Io la mia parte, del resto, credo di averla fatta. Non sono riuscita a venderle in Italia, a un prezzo umano, ma con questi due articoli, ne ho diffuso sicuramente, la loro conoscenza.

Se vi foste persi la prima parte, di come ha avuto inizio il tutto, eccoVi il link Wayuu !!!

 


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2 commenti su ““La storia della borsa Wayuu” – II PARTE

  • Notonlybarcelona.me L'autore dell'articolo

    Ziao Alberto Rizzo, grazie mille del tuo commento e dei tuoi dettagli. Non sapevo, per esempio, che la tradizione dell’ “hilo guajiro” fosse stata raccontata, già, nei diari di bordo di Cristoforo Colombo, emozionante !!! Tutto chiarissimo per il resto e giusto. L’unica cosa che ho capito io, è che la Fundacion Hilo Sagrado, ora gestita da due ragazze Colombia, cerca “solo” di tamponare, nel possibile, chi arriva in loco (commercianti stranieri e autoctoni) proponendo prezzi bassissimi per l’acquisto delle Wayuu, che richiedono giorni e giorni lavoro. E’ stato bello sentire la tua passione per questo popolo attraverso le tue parole. Grazie mille Mister 🙂

  • Alberto Rizzo

    Cara amica, ho letto con interesse il tuo articolo e sono felice di vedere che anche tu sei rimasta affascinata dalla cultura Wayuu. Da molti anni , mi interesso di questo popolo, della sua cultura e artigianato, ho soggiornato un tempo ne la Guajira ( Riohacha) al fine di comprendere la loro cultura i loro costumi e il loro carattere. Da qualche anno sono apparse alla ribalta europea le ormai famose borse Wayuu , prodotto artigianale in “Hilo guajiro ” trenzato a mano. Questa tradizione millenaria ci e’ stata raccontata da Cristoforo Colombo in uno dei suoi primi viaggi nel Nuovo Mondo ( vedi diari di bordo di Cristoforo Colombo) , infatti egli ,sbarcato nella regione della Guajira , instaurando i primi rapporti commerciali con gli “indios” ( in realta cercava Oro) gli furono offerti manufatti in filo di Cotone ( il famoso filo Guajiro ) e quindi ipotizzabile che qualche colonizzatore fosse tornato in patria con una mochilla wayuu. A parte questa nota storica , posso confermarti che da anni, stilisti, fondazioni, imprenditori si interessano al business , pianificano progetti imprenditoriali e filantropici ma con vita breve. Questo e’ dovuto principalmente alla filosofia di vita di questa popolazione, ovvero lavora ( principalmente le donne ) per il sostentamento quotidiano e la famiglia. A loro non interessa industrializzare il loro artigianato, infatti , preferiscono vendere i loro prodotti in mercati domenicali, guadagnare il necessario, e pensare alla famiglia. Aggiungo che in quella regione e diffuso il baratto, anzi , e’ preferibile , in quanto per la conformazione geografica e la estensione del territorio ( desertico) con la totale assenza di infrastrutture la gestione del denaro non è facile.